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La leggenda del piccolo aviatore canadese

«Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene.» A parlare era Enzo Ferrari, che l’8 maggio 1982 aveva visto morire di nuovo il sogno di una vita, insieme a quel pilota canadese formato tascabile che era riuscito a farlo ringiovanire. Per l’ultima volta.

Quando l’aveva preso, nei giorni del clamoroso addio di Niki Lauda alla scuderia con cui aveva vinto il secondo titolo mondiale alla fine dell’estate del 1977, l’Ingegnere più famoso d’Italia aveva fatto valere il suo parere contro quello di tutti i suoi più fidi collaboratori. Per guidare la macchina rossa con il cavallino rampante che grazie a lui era diventata una leggenda, voleva quel ragazzo spericolato e velocissimo che prometteva di diventare una leggenda altrettanto grande, se il destino l’avesse assistito.

Gilles Joseph Henri Villeneuve era canadese del Quebec, un french canadian che come molti ragazzi delle sue parti si divertiva da matti a correre con le motoslitte. Era estremamente dotato, e nel 1974 divenne campione del mondo di categoria. Nessuno come lui riusciva ad addomesticare quei selvaggi cavalli meccanici lanciati su piste innevate a visibilità spesso vicina allo zero.

Il suo sogno era la Formula 1, e siccome a volte la fortuna aiuta davvero gli audaci, riuscì a realizzarlo nel 1977. Al Gran premio Trois Rivieres, una gara di categoria minore, si ritrovò davanti nientemeno che al campione del mondo in carica di F1, James Hunt, che segnalò quel ragazzino dallo sguardo dolce e dalla guida micidiale a Teddy Mayer, il direttore sportivo della McLaren. Detto fatto, al Gran Premio di Gran Bretagna di quell’anno Gilles ebbe una monoposto obsoleta ma pur sempre ufficiale con la quale realizzò il miglior giro al warm up e l’undicesimo posto finale malgrado il sistema di raffreddamento danneggiato.

Il premio Driver of the Day assegnatogli per quel debutto grintoso e spettacolare sembrava aprirgli la porta principale della Formula 1. E così fu, ma non passando per Woking dove la Mclaren gli preferì un altro esordiente, Patrick Tambay, bensì per Maranello dove il giovane Gilles scoprì di essersi guadagnato un tifoso d’eccezione. Dai tempi suoi come pilota e di Nuvolari, Enzo Ferrari era diventato una leggenda vivente come costruttore, ma nel crepuscolo della sua vita non sognava altro che qualcuno che gli facesse rivivere i giorni eroici e pazzi della sua giovinezza. Questo ragazzo venuto dal Canada incarnava la velocità pura, e sembrava fatto apposta. Quando si trattò di ingaggiare qualcuno che montasse sulla gloriosa e scomoda 312 T2 di Niki Lauda l’Ingegnere non ebbe dubbi. L’ordine di scuderia fu perentorio: date il volante della numero 11 a Gilles Villeneuve.

Il quale esordì sulla rossa proprio al Gran Premio casalingo sull’Ile de Notre-Dame a Montreal, finendo dodicesimo. Andò peggio nell’ultima gara stagionale in Giappone, dove Gilles fissò un primo appuntamento con quello che sarebbe stato il suo destino. L’urto a tutta velocità con la Tyrrell di Ronnie Peterson (un altro che di lì a poco si sarebbe visto recapitare il conto dalla sorte) portò la sua Ferrari a decollare planando sulla folla degli spettatori, tra i quali si registrarono due morti e dieci feriti.

Dopo il Nurburgring, e con il viso sfigurato di Niki Lauda a ricordare quotidianamente quale può essere la conseguenza di una guida spericolata, l’opinione pubblica mondiale era diventata più sensibile alla tematica della sicurezza, e furono in molti a chiedere a gran voce alla Ferrari di disfarsi di quella giovane ira di Dio che sembrava non conoscere leggi in pista, tantomeno quella di gravità.

Ma Enzo Ferrari tenne duro, e si tenne il suo pilota, al quale fino all’ultimo giorno avrebbe perdonato qualsiasi intemperanza, in pista e fuori. Il 1978 fu l’anno del predominio Lotus con Mario Andretti campione del mondo che lasciò alla concorrenza soltanto le briciole. Nel 1979 tornò in auge la rossa, con Jody Scheckter a cui la scuderia aveva promesso di far terminare la carriera con il titolo mondiale, per poi dedicarsi successivamente alla giovane stella canadese.

Fu l’anno del duello più leggendario di tutte le piste e di tutti i tempi, quei tre giri a Dijon-Prenois, Gran Premio di Francia, durante i quali lui e René Arnoux corsero appaiati, a ruote incollate, fermando il battito del cuore ed il respiro degli appassionati di tutto il mondo. Quell’anno, Scheckter alzò la Coppa, ma Villeneuve entrò nel cuore di tutti, ferraristi e non.

La gente ormai l’aveva soprannominato l’Aviatore, a sottolineare non solo i suoi incidenti spettacolari ma anche la velocità parossistica e costante con cui conduceva e concludeva le corse. Il vecchio Ingegnere di Maranello gongolava, sapendo di avere in mano il pilota più forte ed anche quello più carismatico, che prima o poi avrebbe allungato la serie prestigiosa delle vittorie del Cavallino, malgrado la 312 T stesse cominciando la sua involuzione che l’avrebbe vista sorpassata da McLaren, Williams e Brabham.

Ma il tempo passava, le prestazioni non portavano esattamente ai risultati sperati, e Gilles osava sempre di più, cercando di tirare fuori da se stesso quello che la sua macchina stentava sempre di più a dare. La nuova 126 C non si stava rivelando migliore dell’ultima versione 312 T, anzi soffriva l’usura determinata dalla sua guida aggressiva, la quale gli valeva spesso anche le critiche di colleghi impressionati e anche un tantino spaventati.

La primavera del 1982 trovò un Gilles Villeneuve frustrato per un mondiale che non riusciva a vincere e per una famiglia che non riusciva a tenere più insieme. Dopo il divorzio caratteriale dal compagno di squadra Didier Pironi, al quale imputava – malgrado l’affetto che a lui portava il Drake, il Gran Capo – di accaparrarsi le preferenze della scuderia, arrivò anche quello, imminente, dalla moglie Joanna, con la quale aveva avuto due figli, Melanie e Jacques. Quest’ultimo aveva già mostrato tra l’altro di voler seguire le orme paterne.

Quando scese in pista per le qualifiche del Gran Premio del Belgio, a Zolder, quell’8 maggio, Gilles Villeneuve era un uomo che voleva probabilmente spaccare il mondo. Quando alla Curva del Bosco si trovò di fronte Jochen Mass con la più lenta March che ostacolava la sua progressione cronometrica, cercò di superarlo dalla parte più improbabile, quella esterna sulla destra. Proprio quella su cui correttamente si stava spostando Mass per lasciargli strada.

L’urto fu micidiale, ed aprì una sequenza fotografica impressa da allora nella memoria di tutti coloro che allora e in seguito hanno seguito la Formula 1. Ci sono tre incidenti tragicamente spettacolari rimasti nella storia delle corse, e purtroppo solo uno, il primo, quello di Lauda al Nurburgring si concluse con la sopravvivenza del pilota. Il terzo lo abbiamo celebrato pochi giorni fa, ed è quello che si portò via Ayrton Senna alla Curva del Tamburello a Imola. Nel mezzo tra i due, ci fu il doppio giro della morte di Gilles Villeneuve a Zolder.

Nella Ferrari che rimbalzava a terra cedettero le paratie, e mentre la macchina si avvitava nel looping successivo il corpo senza più protezione del piccolo aviatore canadese andò a schiantarsi sulla rete di protezione a bordo pista e sul palo di sostegno di questa. Lo schianto fu visibilmente letale. Prima ancora di avvicinarsi al pilota esanime, i soccorsi – e gli spettatori stessi – avevano visto chiaramente la sua testa impattare contro quel palo. L’edema alla base del collo di Gilles non lasciava dubbi. Se fosse sopravvissuto il suo destino sarebbe stato quello di un tetraplegico tenuto in vita da macchinari.

Trasportato all’ospedale di Lovanio, Gilles sopravvisse fino alle 21,12 di quella sera, allorché la moglie Joanna – trasportata d’urgenza da Montecarlo (dove la famiglia Villeneuve aveva risieduto) in Belgio – dopo aver parlato con i medici autorizzò lo spegnimento di quei macchinari, che ormai tenevano in vita non più suo marito ma un vegetale.

Le ceneri di Gilles Villeneuve furono disperse nel fiume San Lorenzo a Montreal, dopo una cerimonia funebre a cui parteciparono migliaia di persone, tutto il Canada e tutto il mondo delle corse. Meno Enzo Ferrari, che non riuscì, prostrato, a partecipare ad un evento che segnava per lui l’ultimo colpo di una sorte dolorosa. L’Ingegnere avrebbe seguito il suo adorato pilota nella tomba a distanza di sei anni, ma probabilmente era morto in qualche modo anche lui quel giorno a Zolder, dopo aver visto schiantarsi contro la rete la sua stessa vita, i suoi stessi sogni, per l’ultima volta.

Ma la storia non era finita. Due anni dopo un ragazzino chiese e ottenne dalla madre – comprensibilmente terrorizzata – di poter correre sui Kart, se avesse ottenuto buoni voti a scuola. Quel ragazzino si chiamava Jacques. Era il figlio di Gilles, e quando esordì in Formula 1 con la Williams aveva due anni meno del padre, 25.

Quando l’anno dopo Jacques Villeneuve vinse il titolo mondiale sottraendolo al pilota della Ferrari Michael Schumacher, dopo un duello a sportellate fino all’ultima curva dell’ultimo gran premio, a Fiorano sede della Scuderia Ferrari malgrado la sconfitta (che allungava dolorosamente un periodo di magra che risaliva indietro proprio ai tempi di Gilles Villeneuve e di Jody Scheckter) la sera qualcuno depose una corona di fiori sotto il monumento al piccolo aviatore canadese.

Enzo Ferrari non c’era più da tempo. Ma avrebbe deposto lui stesso quella corona, se avesse potuto.

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Mr. Bloogger

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