Attualità

Grande Madre, nostra madre

La mamma è la mamma. Lo sappiamo fin dai nostri primi istanti di vita, istintivamente. Genitori ne abbiamo due (biologicamente, e per i più fortunati anche anagraficamente), ma il padre come figura di riferimento subentra dopo. Al momento in cui siamo sufficientemente adulti per cominciare a rapportarci con la società, a strutturare la nostra personalità in senso sociale, per la qual cosa il padre ci offre (o dovrebbe farlo) un modello ritenuto insostituibile.

Da neonati, da bambini, è la madre il nostro legame con la vita, con il mondo. Il nostro rapporto essenziale è di tipo animale (nel senso positivo, immediato, del termine), con colei dalla cui carne siamo derivati (con l’incidentale per quanto insostituibile apporto paterno) e nella cui carne siamo stati custoditi per tutto il nostro fragile tempo prima della nascita.

La biologia riassume in sé qualunque filosofia, per definire la creatura uomo come individuo e come membro di comunità, fin dai suoi esordi in un mondo creato a partire dai primordi da femmine che hanno trasmesso vite come la nostra. Attaccandoci al seno, o cercando una carezza della mamma nella fase iniziale della nostra esistenza abbiamo risolto qualunque nostra esigenza sociale, finché la comunità non ci ha chiamati a sé come individui che a loro volta devono iniziare un processo di crescita finalizzato tra l’altro anche a creare nuova vita. Allora lasciamo la mano della mamma e prendiamo quella del babbo.

E’ una filosofia semplice quanto si vuole, ma è quella che dalla notte dei tempi e dall’alba dell’Uomospiega meglio di ogni altra ciò che è successo dopo la Creazione, comunque sia avvenuta. E’ così che tutte le religioni che l’Uomo ha elaborato – fin da quando l’evoluzione del suo sistema neuronale e la capacità di elaborazione delle sue esperienze glielo hanno permesso – spiegano la nascita e la crescita del mondo, di tutte le specie viventi che lo abitano, del perché. Del senso di tutte le cose.

La storia umana si divide essenzialmente in due parti. La prima, più antica, quella delle religioni politeiste, animiste, sciamaniche che avevano mantenuto – fintanto che la società in cui l’Uomo viveva non è diventata troppo complessa per permetterlo – la sensazione, la coscienza di una esistenza in simbiosi con tutte le altre forme di vita, tutti i fenomeni naturali. Per spiegare i quali non era percepito come necessario elaborare molti più concetti rispetto a ciò che l’esperienza quotidiana mostrava.

Era semplice allora per l’Uomo – anche se indubbiamente spesso spaventoso o terribile – interpretare il mondo in cui viveva. Come lui stesso, che per lungo tempo si era sentito giustamente non la specie dominante ma una delle tante messe a vivere, o spesso a sopravvivere, su questo pianeta, il mondo in cui si trovava a condurre la propria esistenza era stato creato da una madre. L’unica dèa possibile di questo cosmo.

Una Grande Madre che, essendo capace di autofecondarsi (la cosiddetta partenogenesi) aveva dato la vita a tutto il cosiddetto Creato. Un principio divino primordiale da cui era derivato tutto il resto, dai princìpi divini di rango – diciamo così – inferiore (e qui facevano la loro prima comparsa le creature di sesso maschile) alle forme di vita più semplici, mortali ma riproducibili, come la specie umana.

Le antiche religioni, le tradizioni mitologiche, almeno quelle non rielaborate e/o manomesse da culture successive, si tramandavano questa versione dell’Origine del Mondo, della Genesi. E spiegavano così il suo funzionamento successivo. Per quanto grama e stentata fosse la vita dell’uomo preistorico quanto quella di qualunque altra bestia creata, sicuramente immaginare tutto ciò che gli capitava come una variante del rapporto madre-figlio era molto più rassicurante di tante dottrine che abbiamo elaborato in seguito. Molto più disumanizzate mano a mano che diventavano più sofisticate.

Le prime comunità umane pervenute a quel minimo di evoluzione che aveva consentito loro lo sviluppo di una tradizione orale raccontavano di generazione in generazione queste storie ai loro cuccioli, affinché le tramandassero a loro volta. Siamo tutti figli di una Grande Madre, una Dea, anzi: la Dea. Una divinità femminile che ha creato per noi un mondo inteso come Paradiso Terrestre, accogliente come possono esserlo appunto le braccia di una madre per il suo bambino.

Il Big Bang altro non è stato che il ventre fecondato della Grande Madre. Così è stato, e così sarà sempre. A ben guardare, tutte le culture pre-cristiane, o per meglio dire pre-bibliche, hanno questa cosmogonia e questa genesi alla base delle loro civiltà. Civiltà che, in senso generale, si dice comunemente essere nate in Asia, poiché tutte le genti evolute rispetto a Neanderthal e tutti i loro pensieri a quanto pare sono venuti in primo luogo da quel continente.

Non si dice mai o quasi, però, che tutte le religioni – compresi nelle versioni originarie l’Induismo (la forza femminile che anima il mondo) ed il Buddhismo (Arya Tārā, la protettrice suprema, senza paura e piena di compassione per tutti gli esseri viventi) -, partivano da una divinità femminile originaria. La Grande Madre appunto di tutti noi.

Avvicinandosi al bacino del Mediterraneo ed al tempo storico, troviamo questa Grande Madre in tutte le culture che oggi riteniamo alla base della nostra civiltà specifica. Iside era la madre di tutti gli antichi Egizi, così come Ishtar lo era per gli Assiro-Babilonesi della Mesopotamia. Le tribù celtiche che popolavano l’Europa avevano anch’esse la loro divinità madre primigenia nella Wicca (*), che altro non era per loro che Madre Natura, sovrintendente ai cicli vitali delle stagioni.

Il mondo greco classico e poi anche quello romano da cui discendiamo avevano posto a capo di tutti gli Dèi e di tutti gli uomini e donne che li adoravano una figura maschile, Zeus o Giove. Gli imperi che stavano costruendo in un’epoca in cui le tribù avevano scoperto prima il bronzo e poi il ferro come impareggiabili organizzatori sociali non si confacevano più ad essere amministrati da un principio femminile, naturale, di simbiosi con le altre creature viventi (ormai viste come nemici da estinguere o da sottomettere).

Ma anche la mitologia greco-romana aveva alla base il femminino divino. La Grande Madre aveva dato origine a tutto, anche per gli evoluti Pericle e Giulio Cesare che se n’erano magari dimenticati, ma a cui sui banchi di scuola avevano insegnato come a tutti gli altri scolari del Mondo Antico che la madre di tutti gli Dei si chiamava Gaia. Costei aveva dato vita a tutto, compreso a quel suo discendente irascibile e spesso incomprensibile che si divertiva a dirimere le questioni umane gettando fulmini giù dall’Olimpo. La madre universale era stata colei che ancora oggi chiamiamo Terra (Γαῖα in greco). Il nostro pianeta. E per quanto riguarda la filosofia umana degna di questo nome, l’evoluzione della nostra specie e della nostra cultura avrebbero potuto benissimo fermarsi lì.

Ma l’Uomo è un animale strano e complicato. Si rivolta spesso contro ciò che dice di avere di più caro, violenta e uccide soprattutto quelle femmine della sua specie che a parole venera sommamente in quanto portatrici e propagatrici della specie stessa. Donna e madre, non c’é tutt’oggi figura più sacra nella nostra società (insieme al bambino che nasce e cresce da lei). Non c’é nello stesso tempo preda più ambita dalla bestialità che è rimasta dentro il maschio (ed alcune femmine) della nostra razza.

E così, l’Uomo che si scopriva conquistatore più che governatore ebbe ad un certo punto bisogno di stravolgere il proprio assetto sociale, e prima ancora di esso il sistema di credenze su cui si basava. In società ormai governate come imperi da parte di più o meno crudeli autocrati e dittatori, non era più ammissibile pensare che il potere traesse origine – come qualsiasi altra cosa – da un principio femminile. Il Dio che si doveva tramandare e in nome di cui governare era un Dio degli eserciti.

Le tre religioni monoteiste, le religioni del Libro, fecero dunque strage delle vecchie, agli albori della seconda e più civilizzata (almeno nelle pretese) fase della storia umana. La nostra.

Gli Ebrei ancora oggi determinano la purezza della loro discendenza dal ramo materno di ogni famiglia, ma dai tempi di Abramo il loro Jehovah è un dio ferocemente e brutalmente maschile, che pretende ed ottiene sacrifici di sangue dai suoi stessi figli.

I Cristiani di Cristo erano una comunità di eguali, anche tra maschi e femmine, ma quelli di San Paolo – poco dopo – avevano fatto propria la sua misoginia, credevano che la donna fosse una creatura più del Diavolo che di un Dio che, benevolo quanto si vuole, comunque era passato dal Vecchio al Nuovo Testamento brandendo la stessa spada insanguinata. Perfino suo Figlio aveva dovuto sottoporsi ad un barbarico sacrificio di sangue, come quello dell’agnello che ad ogni Pasqua veniva immolato per il riscatto del Popolo Eletto.

Gli Arabi convertiti da Maometto all’Islam ed al culto dell’unico dio Allah, ancora oggi stanno a discutere tra i loro sapienti se la femmina della specie umana possieda un’anima così come il maschio, e pertanto sia da rubricare ad un livello più alto della specie animale. Nel popolo meno erudito che si inchina verso la Mecca agli orari stabiliti, la questione pare neanche porsi. Il gatto, animale prediletto dal Profeta, ed altre specie animali sono trattate in maniera assai più rispettosa della donna. Dove Ishtar e Iside erano un tempo venerate come Madri di Tutto, adesso alle loro discendenti a malapena è consentito essere madri di uomini che da subito dopo la nascita apprendono a disprezzarle come fanno gli altri uomini adulti da tempo immemorabile.

Eccoci qua, dunque. La Festa della Mamma dovrebbe essere qualcosa di profondo, un momento di riflessione che ci riporta indietro, lontano nel nostro tempo, alla ricerca di un principio fondamentale e fondante ormai perduto. Senza del quale il nostro destino probabilmente è di andare incontro alla catastrofe che stiamo costruendo a partire dal giorno in cui Gaia è stata spodestata da quel suo figlio o nipote che sapeva tirare solo fulmini, incenerendo e distruggendo ciò che lei aveva amorevolmente creato perché ci vivessimo come in Paradiso.

La nostra mamma è la Terra. E abbiamo questa sola, oltre a colei che ha fatto sì che ci ritrovassimo a viverci sopra prendendo il nome che lei ha scelto per noi, partorendoci e battezzandoci insieme a nostro padre. Ogni altra filosofia o fede è presuntuosa e infondata. Come quei passi delle nostre Scritture che non ci spiegano mai com’é che il nostro Dio è sempre raffigurato come un maschio, possente e terribile, ma quando costui intende far capire una buona volta all’uomo il miracolo della vita che gli ha donato, è ad una donna che manda il suo angelo per dare al mondo per suo tramite la buona novella.

Senza quella donna, il più onnipotente degli Dei non saprebbe nemmeno come farsi capire dalle sue stesse creature. Non saprebbe nemmeno come mandare loro a ragionarci insieme il proprio Figlio. E sotto la croce, alla fine, c’é ancora quella donna. Solo e soltanto lei, a riprendersi ciò che è suo, dopo l’ultima e più crudele delle bestialità commesse dalla razza umana contro se stessa.

(*) Wicca è la corruzione medioevale di witch, che in inglese significa strega. O almeno, nell’inglese codificato dalle credenze secondo cui certe donne possedevano un potere soprannaturale e perciò demoniaco, quando invece si trattava soltanto del potere primordiale di generare – e all’occorrenza rigenerare – la vita.  Protestanti e Cattolici bruciavano sui roghi come malvagio ciò che dall’inizio dei tempi era stato benedetto. Le varie Chiese non hanno mai chiesto scusa alle donne, né a quelle del passato né a quelle del presente. Lo chiamano neopaganesimo, ma forse il ritorno al culto del femminino divino è soltanto un atto di giustizia.

Autore

Mr. Bloogger

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